Dove sono finite le ceneri di pirite, residuo di scarto dei fertilizzanti prodotti a Sinigo? A chiederselo è il consigliere dell’Alto Adige nel cuore Alessandro Urzì che ha presentato un’interrogazione in Provincia. Una parte di questi rifiuti secondo voci ricorrenti sarebbero stati interrati in un terreno confinante con gli stabilimenti industriali.

La notizia era salita agli onori della cronaca già qualche anno fa, in seguito ad una denuncia presentata dalla Cgil. Allora sì sostenne che la scelta di Azienda energetica di cambiare il percorso del collettore del teleriscaldamento che collega Sinigo con la fabbrica fosse una prova che quel terreno qualcosa nascondesse. Nel corso dei lavori si  preferì infatti una deviazione tra le case con  attraversamento del rio Sinigo sfruttando il ponte di via Nazionale piuttosto che seguire una linea retta tra il vivaio di via Tellini e la fabbrica, passando per l’area incriminata. Poi però la cosa non ebbe un seguito, si disse  per i costi ingenti delle analisi necessarie. Ma ancora oggi a Sinigo c’è chi sostiene che ci fu una precisa volontà di insabbiare per una seconda volta le ceneri di pirite, che però adesso, che si sente parlare con sempre maggiore frequenza di una possibile bonifica definitiva dell’area, tornano di nuovo a galla.

E così , parlando di bonifica, c’è chi  mette ancora il dito in quella piaga, sostenendo che i lavori  costerebbero poco , perché gran parte del lavoro è stato già fatto nel corso degli anni. Uno degli inquinanti principali da rimuovere sarebbe stata infatti la cenere di pirite, prodotto di scarto dei fertilizzanti prodotti nell’impianto di via Nazionale negli anni ’30 e ’40. Tonnellate e tonnellate di residui potenzialmente tossici. Che però, in gran parte sarebbero stati smaltiti già sul finire degli anni ‘70.

Una quota sarebbe – il condizionale è d’obbligo –  tutt’ora stoccata nella discarica posta sotto la montagna che si vorrebbe riattivare ed allargare per raccogliere i prodotti di un’eventuale nuova bonifica.

Ma una parte – pare consistente –sarebbe stata interrata nell’area posta  a nord degli impianti , subito dopo il rio Sinigo. Il terreno, attualmente ad uso agricolo e non edificabile perché compreso nella fascia di protezione dello stabilimento, era di proprietà della fabbrica, che lo dismise. Duranti i lavori di trasformazione, avvenuti negli anni ’80,  sarebbero stati prelevati , per essere rivenduti – camion e camion di ghiaia ad uso edilizio, sostituiti, sembrerebbe,  proprio  con la cenere di pirite, che all’epoca era considerata un’inerte di libera vendita. Solo recentemente infatti, in relazione all’alto contenuto di arsenico – cancerogeno certo di I classe – ne è stata decisa la messa al bando.

“Dopo tanti anni – interviene  Urzì –  è necessario aver informazioni definitive.  E’ arrivato il momento di sapere se in quell’area dove adesso  si coltivano le mele siano effettivamente state interrate le ceneri di pirite ed  escludere che vi possano essere ora ed in futuro rischi per la salute, così come va esclusa, con le opportune analisi, che la falda acquifera possa essere in qualche modo  interessata. La Provincia deve effettuare tutti gli accertamenti necessari a tutela della salute pubblica.”

Nell’interrogazione il consigliere Urzì ha chiesto anche che venga finalmente realizzato uno studio –  come già avviene per i maggiori siti industriali italiani –  per verificare se nell’area di Sinigo, nel corso degli anni si siano verificate delle patologie correlate all’esposizione a inquinanti e a metalli pesanti, come l’arsenico appunto.