“Voglio saper se la mano assassina che ha mosso la terra  che ha messo la mina, quella d’un uomo può ancora sembrare” – questi versi cantati da Caterina Caselli tornano d’attualità il 25 giugno di ogni anno, a memoria del sangue versato da quattro ragazzi che avevano giurato fedeltà alle Istituzioni democratiche del nostro Paese e che a quel giuramento hanno donato la loro ancora troppo giovane vita.

Ricorre oggi  il 51° anniversario della strage di Cima Vallona, un atto terroristico compiuto il 25 giugno 1967 dai separatisti sudtirolesi del Befreiungsausschuss Südtirol contro una pattuglia di militari italiani intervenuti per bonificare l’area oggetto di un precedente attentato nel quale aveva perso la vita l’alpino Armando Piva. Fu una trappola vera e propria, una delle tante messe in atto durante quegli anni in cui in Alto Adige si combatteva una guerra non convenzionale contro lo stato Italiano.

Quattro militari rimasero sul terreno a Cima Vallona di San Nicolò di Comelico in provincia di Belluno, dilaniati dalla mina. Per il capitano Francesco Gentile, del Battaglione Carabinieri paracadutisti Tuscania e per il sottotenente Mario Di Lecce e il sergente Olivo Dordi incursori del battaglione Col Moschin non ci fu nulla da fare, mentre il sergente maggiore Marcello Fagnani, anch’egli incursore, rimase gravemente ferito. Sul luogo dell’esplosione furono trovate due tavolette di legno con su incisa la rivendicazione a firma del BAS.

“La strage di Cima Vallona in cui 4 giovani servitori dello Stato hanno perso la vita – ha commentato commosso il consigliere provinciale Alessandro Urzì – dopo oltre 50 anni rimane l’emblema dell’impegno e dell’abnegazione delle Forze armate italiane per contrastare quella subdola e strisciante guerra non dichiarata ma combattuta con il deflagrare della dinamite dai secessionisti sudtirolesi nel periodo più buio della storia della nostra terra. Adesso che si vorrebbe con altrettanto subdola retorica revisionista far passare quelle azioni stragiste come necessarie sulla strada dell’autonomia di cui oggi l’Alto Adige gode – ha concluso Urzì –  è necessario non solo respingere con fermezza tali farneticazioni, ma ricordare l’eroico sacrificio di tutti , militari e civili, che persero la vita a causa dell’odio secessionista.”