Elevare gli standard di sicurezza nei cantieri? No grazie.
Così ha risposto la giunta provinciale oggi alla mia richiesta di adeguare la normativa provinciale ai principi contenuti nel Decreto Legislativo 9 aprile 2008, “Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” che prevede che nei lavori in quota sia necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione. Nella vicina Provincia di Trento è da anni in vigore una normativa specifica per la prevenzione delle cadute dall’alto e per la promozione della sicurezza sul lavoro.

Tale legge ha colmato un vuoto normativo nel campo della sicurezza di chi svolge lavori di manutenzione sui tetti e sulle coperture. In particolare la norma prevede percorsi sicuri e punti di ancoraggio fissi, rendendo obbligatoria l’adozione, nelle fasi di progettazione e realizzazione di interventi edilizi sulle coperture, di precise misure di sicurezza per le quali un regolamento descrive le indicazioni tecniche per prevenire i rischi di infortunio a seguito di cadute dall’alto nel corso dei successivi lavori. Ciò vale sia per le nuove coperture che per le ristrutturazioni di coperture già esistenti in edifici di qualsiasi tipologia e destinazione d’uso, siano essi pubblici o privati.

In caso di mancato rispetto della norma, i Comuni non possono rilasciare la concessione edilizia, non avendo efficacia la denuncia di inizio attività e non può essere rilasciato il certificato di abitabilità. Il regolamento è direttamente applicabile e prevale sulle disposizioni dei regolamenti edilizi comunali che siano in contrasto con esso.
Ma come detto prima il vicecapogruppo Svp Oswald Schiefer e poi l’assessore provinciale Martha Stocker hanno respinto la proposta. La rappresentante della giunta l’ha liquidata come burocrazia inutile.
Per noi si trattava di salvaguardare la vita e la sicurezza di tanti lavoratori, ma non tutti la pensano così.
Ne prendo atto.

Alessandro Urzì
L’Alto Adige nel cuore