Anche l’Alto Adige ha i suoi ragazzi del ’99? Ragazzini imberbi inviati al fronte più crudo della lotta al virus, nelle case di riposo, senza esperienza e senza titoli ma una parziale preparazione solo sulla carta.

L’ordinanza 18 del 6 aprile scorso, firmata dal Presidente della Provincia, è passata inosservata ai più:

“Ad integrazione della lettera I) della propria ordinanza n.11/2020” – si legge nell’incipit facendo riferimento all’ordinanza che prevedeva la possibilità “anche in deroga alle ordinarie procedure di selezione e ai requisiti previsti per l’ammissione al pubblico impiego provinciale, al reclutamento del personale strettamente necessario a far fronte all’emergenza sanitaria per il periodo a cui si riferisce lo stato di emergenza” – si ordina che “tra il personale reclutabile sono inclusi, su base volontaria, anche gli studenti maggiorenni dell’ultimo anno delle scuole professionali per le professioni sociali. Il periodo di attività prestato presso le residenze per anziani (RSA) o altre strutture sociosanitarie è considerato, in sede di valutazione formativa finale, quale credito scolastico”.

“Sotto il fuoco del contagio, che in modo preoccupante sta investendo le nostre residenze per anziani, insomma la Provincia, viste decimate le fila di operatori in servizio contagiati, manda i ragazzi appena diciottenni. Quanti abbiano risposto alla chiamata lo chiederemo”, ha dichiarato il Consigliere provinciale Alessandro Urzì (L’Alto Adige nel Cuore-Fratelli d’Italia).

“Per loro come premio un credito scolastico. Così a studenti con qualche difficoltà, o desiderosi di guadagnare migliori punteggi, è stata offerta la possibilità di “carriera” scolastica giocando sulla propria pelle. Al prezzo quindi di una battaglia in prima linea. Formativa? Certamente sì per chi ha intrapreso questa strada, ma pericolosa e forse anche prematura non avendo maturato ancora il percorso integrale di formazione”, ha aggiunto Urzì.

“Ora il tema è: perché c’è bisogno di questi nostri ragazzi del ’99? Perché il personale in servizio ha conosciuto un picco di infezioni, sono mancati tamponi come da noi già denunciato da tempo, c’è stata l’immissione nelle case di riposo di personale che svolgeva pericolosi servizi domiciliari itineranti senza adeguate protezioni. Insomma se la falla si apre poi bisogna chiuderla. Ma mandare in campo i ragazzini colpisce il cuore. Su base volontaria, certo. Ma si può dire che questo accade per responsabilità di una gestione che ha esposto troppo il personale in servizio al fuoco del virus senza strumenti adeguati? Anche questo lo verificheremo a tempo debito. Ma se ora c’è bisogna di fare conto anche sui ragazzini per tamponare le falle del sistema c’è veramente da ricordarsene”, ha concluso il consigliere Urzì.