La campagna dei secessionisti per l’abolizione del diritto all’uso della lingua italiana da parte degli Italiani in Alto Adige, in tema di toponomastica, imporrà una controcampagna informativa anche in lingua tedesca da parte dell’Alto Adige nel cuore nel corso dei mesi autunnali.

La presenza dell’ex dirigente del Cai Annibale Salsa, sostenitore del monolinguismo, non aggiunge nulla alla consueta retorica antitaliana mascherata da presa di posizione scientifica dei secessionisti.

Il professor Salsa purtroppo dimostra una ampia non conoscenza della situazione altoatesina e della differenza radicale con la Valle d’Aosta dove la toponomastica italiana fu introdotta con un atto de facto mai attuato sul piano concreto negli ultimi anni del fascismo e abrogato addirittura con decreto luogotenenziale ancora prima della nascita della Repubblica. Pochi anni in cui essa non fu mai utilizzata né si radicò.

Quella italiana dell’Alto Adige oltre ad essere in una sua certa parte da sempre utilizzata (in Bassa Atesina per esempio) è divenuta in cento anni (è ufficiale dagli anni Venti del secolo scorso) di uso abituale e quotidiano per generazioni di italiani, un patrimonio vivo.

Quella di Salsa o è un atto di ingenuità clamorosa o una evidente provocazione e in ogni caso va respinta.

La migliore risposta è stata data tempo fa ad un convegno culturale organizzato a Bolzano con la presenza della Unione italiana di Slovenia e Croazia. Maurizio Tremul di Capodistria era stato chiarissimo: nessun italiano (minoranza locale, come i tedeschi in Alto Adige) chiederebbe mai alle autorità statali croate o slovene di dichiarare fuori legge le denominazioni pur introdotte solo dopo la seconda guerra mondiale in sloveno o croato. Chiedere di cancellare l’italiano in Italia, oggi, dopo cento anni di storia vissuta è altrettanto incomprensibile.

Alessandro Urzì

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