I colpi di ruspa sotto i quali sta scomparendo l’Opera 14, il bunker inserito nella linea di difesa italiana detta non a caso “Non mi fido”, eretta  a seguito dell’annessione austriaca da parte della Germania nazista, sono i colpi di chi a martellate ritiene che la storia ed alcune delle sue più ardite realizzazioni in Alto Adige possano essere cancellate, non musealizzate e tramandate alle successive generazioni.

“A Bolzano sta andando in scena il peggio della brutalità contro le memorie storiche: ovunque si conserva e si valorizza, in Alto Adige si abbatte”, annota amaramente Cristina Barchetti, la referente per Laives per le iniziative del Gruppo consiliare provinciale de L’Alto Adige nel cuore Fratelli d’Italia. L’opera si trova in prossimità del confine fra il capoluogo e per l’appunto Laives e poteva servire a dare spazi per attività di carattere culturale e storico, annota Barchetti.

Per questo il consigliere provinciale Alessandro Urzì ha già predisposto una interrogazione per avere ragione dall’assessore al patrimonio Massimo Bessone e dall’assessore alla Cultura italiana Giuliano Vettorato, sul perché del via libera questo intervento così radicale e definitivo che cancella una vestigia storica di straordinario valore. Basti solo pensare che a Vienna analoghe opere sono trattate come luoghi di rispetto e memoria, che in Normandia sono divenute una attrazione turistica unica, mentre solo in Alto Adige si abbattono per fare posto a qualche anonimo capannone.

L’Opera 14  faceva parte del  Vallo Alpino. Una serie di fortificazioni che attraversavano l’arco alpino, a fare da monito all’infido alleato d’Oltrebrennero.

E così dopo il Cinema Corso,  il quartiere delle Semirurali,  il ponte Druso, a breve le Pascoli e Longon ora si è voluto colpire l’Opera 14.

Silente il Comune di Bolzano con il suo sindaco Caramaschi, silente la Provincia che aveva l’ultima parola.

Basti pensare, ricorda Barchetti, che alla linea fortificata lavorò un esercito di 19 mila persone, con oltre 350 manufatti costruiti in tre anni.

Lo stop ai lavori fu ordinato dallo Stato Maggiore dell’Esercito italiano il 4 ottobre del 1942. Ormai la storia aveva scelto altre strade. Il progetto a sud di Bolzano prevedeva la costruzione di 67 opere con un armamento complessivo di 160 mitragliatrici, 35 fucili mitragliatori, 6 pezzi anticarro e 14 cannoni di piccolo calibro. Quando arrivò lo stop ai lavori le opere ultimate erano 42, molte delle quali in caverna. La numero 14, il bunker, i cui resti oggi guardano su via Baracca, affonda dunque le radici in questa storia.

Peggio della Provincia di Bolzano è stata capace solo la guerra e le sue conseguenze: infatti con il trattato di pace di Parigi si è imposto lo smantellamento delle fortificazioni permanenti e nell’estate del 1948 parte delle opere del Vallo Alpino furono demolite. Ma questo atto si comprendeva immediatamente all’indomani di una guerra persa, non si comprende oggi a settanta anni da quei fatti.

Le fortificazioni superstiti, ricordano Barchetti e Urzì, in epoca di guerra fredda tornarono ad essere anche parzialmente riattivate. D’altronde l’Austria non era un paese Nato ed ospitava forze sovietiche.

Oggi il significato militare è perduto, non più attuale, ma quello storico è intatto.

Eppure alle ruspe è stato egualmente ordinato di azzannare e non salvare come si è fatto per le fortificazioni asburgiche di Fortezza o i bunker sottoterra di via Fago a Bolzano.

Il Gruppo consiliare provinciale de L’Alto Adige nel cuore Fratelli d’Italia chiederà alla Provincia il perché di questa autorizzazione, dei costi, del diverso trattamento riservato per l’Opera 14 in relazione ad altre realtà, come per l’appunto il Forte di Fortezza, sul concetto ed idea di tutela dei beni storici ed architettonici della Provincia in relazione a molte delle più importanti opere realizzate nel Novecento.